Prezzi fuori controllo mentre tasse aumentano

Il rialzo implacabile dei prezzi dei carburanti non è un’accidentale oscillazione di mercato, è l’esito di scelte politiche sbagliate. Il diesel è ai massimi da un anno, i prezzi alla pompa continuano a salire e colpiscono direttamente il portafoglio degli italiani già vessati dalle tasse di Meloni che oggi arrivano al 43,1%. Per anni abbiamo sentito urla contro le tasse sui carburanti e slogan populisti in chiave elettorale. Poi, in manovra, hanno aumentato le accise e oggi paghiamo il conto. All’orizzonte non si vede nessuna misura strutturale per calmierare i prezzi. Nel decreto bollette sono mancate scelte coraggiose sulle rinnovabili e si continuano a fare passi falsi anche sul biometano, rallentando una filiera che potrebbe ridurre la dipendenza energetica e stabilizzare i costi. Con l’attuale assetto internazionale la pressione sui costi energetici non potrà che aumentare. E quando cresce il carburante, cresce tutto: trasporti, beni alimentari, produzione. I rating non fanno il pieno e la propaganda non abbassa le bollette.

Annunci senza risorse

Non si fa politica industriale con gli annunci. La Spagna ha messo 14 miliardi contro i dazi, la Francia 7. Noi abbiamo sentito parlare di 25 miliardi, ma in bilancio non se n’è vista traccia. Confindustria ne chiedeva almeno 7, ne sono arrivati 2,5. Questa è la realtà. Anche il decreto bollette non è un piano energia. Dal governo un una tantum per le famiglie in difficoltà, giusto e doveroso, ma non strutturale. Sono tre anni e mezzo che il governo promette di abbassare bollette e costi dell’energia e siamo ancora agli interventi tampone. Intanto si frenano le rinnovabili e non si costruisce un mix energetico solido. Dopo la lezione del 2021, continuare a non intervenire in modo strutturale è una follia che il Paese rischia di pagare ancora.

Metodo e merito bocciati

Ci sono settori importanti che aspettavano risposte e invece non hanno trovato ascolto. Le imprese chiedevano interventi su dazi, assicurazioni, energia, editoria. Il governo ha scelto di non decidere. Sull’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali, senza regole chiare, si rischia di scaricare l’ennesimo fardello sulle aziende, lasciando troppo spazio alle compagnie. Sui dazi le risorse promesse un anno fa sono scomparse. Sull’energia si sono frenate le rinnovabili senza tutelare chi aveva già
investito. E sull’editoria continuiamo a ribadire che serve un intervento pubblico forte: l’informazione è una responsabilità dello Stato, a partire da Radio Radicale, non ci si può fare belli con i soldi dei privati. Il giudizio su questo provvedimento è negativo, molto, nel metodo e nel merito. Mentre il governo rinvia, le imprese restano senza certezze.

I dazi non sono un’opportunità: il governo e l’Europa si diano da fare

I dazi non sono un’opportunità, come qualcuno prova a raccontare. Sono una iattura, un danno concreto per le imprese, per i lavoratori e per i consumatori. In Piemonte lo sappiamo bene: il settore del vino è stato colpito duramente e le nostre aziende hanno pagato il prezzo di scelte sbagliate. Idazi fanno male all’America, all’Europa e al commercio globale. Non è un caso che a fare ricorso contro i dazi di Trump sia stato un importatore americano, penalizzato dall’aumento dei costi. E la Corte, con giudici repubblicani e democratici insieme, li ha bocciati perché contrari allo stesso sistema economico statunitense. È la dimostrazione che il protezionismo non conviene a nessuno. Ora il governo non può restare in silenzio, perché per non scontentare Trump si danneggia il Paese. L’Italia deve reagire con serietà e l’Unione Europea deve muoversi compatta, negoziando con più forza e più intelligenza rispetto al passato

Caro vita e caro bollette: il ceto medio non regge più!

Caro vita e caro bollette hanno drammaticamente consumato gli stipendi delle famiglie. La povertà ormai bussa alla porta anche di persone che hanno uno stipendio, e che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese. Il ceto medio, che un tempo riusciva a vivere dignitosamente, oggi non si sente più ceto medio ma ceto povero. Se non si tutela il ceto medio, è inutile parlare di crescita. Il Paese cresce se la fascia intermedia riesce a vivere adeguatamente e spendere. La politica dovrebbe dare risposte, facendo provvedimenti per aumentare gli stipendi. E invece il governo Meloni ha solo aumentato le tasse e fatto esplodere il debito pubblico.

la propaganda non copre i fallimenti

Quando finiscono gli argomenti si alzano i toni per nascondere i fallimenti del governo. Ma il Paese reale è molto diverso dalla narrazione di Palazzo Chigi. Sventolare numeri fuori contesto non cambia la sostanza. Crescita debole, salari fermi, carrello della spesa in aumento, imprese in affanno e una pressione fiscale che resta tra le più alte d’Europa. I rating non si mangiano e lo spread non paga le bollette. La nostalgia non è di Renzi, è degli italiani, che ricordano quando si parlava di riforme vere e risultati concreti, non di propaganda.

Il vino non si salva dai dazi con la propaganda

Il governo lavori perché l’Europa sia argine ai dazi, non paracadute. Consumi in calo, cantine piene e un settore strategico come il vino sotto pressione per dazi e incertezze internazionali: i dati descrivono una situazione allarmante che non si risolve con una campagna di comunicazione del ministro dell’Agricoltura. Altro che sovranità alimentare, servono fatti. Bene l’intervento europeo, ma ora serve una vera strategia italiana a tutela di un’eccellenza del Paese: apertura di nuovi mercati, sostegno concreto ai produttori e difesa dell’export. Il governo smetta di inseguire la propaganda e lavori perché l’Europa sia un argine ai dazi, non un paracadute di emergenza. Senza una politica industriale per l’agroalimentare, a pagare saranno imprese, territori e occupazione.

Violenza donne: la maggioranza ascolti piazze delle donne

Le piazze di ieri lo hanno detto con chiarezza e coraggio, senza consenso è stupro. La maggioranza faccia un passo indietro e ascolti le donne. Trent’anni fa entrava in vigore una legge di civiltà, nata da un lavoro trasversale delle parlamentari, capace di unire sensibilità diverse nel nome dei diritti e della dignità delle donne. Oggi, invece, la storia non si ripete. La maggioranza ha tradito un metodo di confronto e rotto un patto politico che aveva portato a un voto unanime sul testo approvato in prima lettura alla Camera. Con le modifiche della presidente Bongiorno si rischia un arretramento, rispetto alla Convenzione di Istanbul e persino rispetto alla giurisprudenza consolidata. Le leggi che tutelano i diritti delle donne nascono dal dialogo, dall’ascolto e dall’unità, non da forzature che mettono in discussione conquiste condivise.

REFERENDUM: ABBASSARE TONI E RIAPRIRE DIALOGO

Oggi assistiamo a uno scontro esasperato che è la diretta conseguenza del mancato dialogo in Parlamento. Avevamo chiesto un confronto ampio sulla riforma, anche con le opposizioni, ma la maggioranza è rimasta cieca e sorda e ha scelto di andare avanti da sola. Ora è necessario abbassare i toni. Perché qualunque sarà l’esito del referendum, dal giorno dopo si dovrà tornare alle civili regole democratiche e riaprire un dialogo vero. Chi rappresenta le istituzioni deve disinnescare il conflitto, non soffiarci sopra.

Industria: Urso riferisca su Made in Italy 2030

Il ministro Urso venga in Aula a spiegare cosa c’è dietro il cosiddetto Made in Italy 2030. Le aziende italiane fanno i conti con il caro energia, il caro bollette, i dazi di Trump e l’assenza totale di una politica industriale. Quelle straniere smettono di investire, le nostre chiudono. E il governo continua a occuparsi dei comici di Sanremo. L’annuncio di Eli Lilly, che dopo un investimento importante a Sesto Fiorentino ha deciso che quello sarà l’ultimo in Italia, è un segnale gravissimo. Il nostro Paese non è più attrattivo per la burocrazia e per l’incapacità di dare risposte all’industria. Quest’anno 429 aziende hanno chiuso o trasferito la proprietà. Confindustria chiede il decreto bollette e i provvedimenti sull’iperammortamento, ma nell’agenda del governo non c’è nulla. Sembra che la priorità della premier Meloni sia la scaletta di Sanremo, non il futuro industriale del Paese.